SMEMORAZ

Venerdì, 27 Gennaio 2017

Informazioni aggiuntive

  • Biglietto: Settore Primissima €.15,00 Settore Ordinari €.10,00 Settore Centrali €.12,00 Settore Galleria €.8,00 Ridotto under 12 anni e studenti max 25 Sconto ai titolari AT card (scopri come averla)
  • Sipario: 21.00
  • Ingresso: 20.30

SMEMORAZ di Paolo Jedlowski

con Raffaele Braia

video: Alessandro Loglisci

compagnia: Skèné produzioni teatrali

 Ricorrenza speciale: GIORNATA DELLA MEMORIA

 

 Nota dell’autore:  

 Con una legge del 20 luglio 2000 la Repubblica Italiana ha stabilito che il 27 gennaio sia Giorno della memoria.

 Il 27 gennaio è la data dell'abbattimento dei cancelli di Auschwitz.

 

"Giorno della memoria": ma che cos’è la memoria ? Una parola sola per dire tante cose, diverse fra loro.

Uno psicologo, ad esempio, potrebbe parlarci di memoria "a breve termine" e "a lungo termine", e spiegarci che sono funzioni situate in parti diverse del nostro cervello. Un etologo potrebbe parlarci della memoria dei geni; un antropologo della memoria dei corpi, quella che chiamiamo "abitudine". Un ingegnere potrebbe istruirci sulla memoria del suo calcolatore, un poeta farci cogliere gli echi delle memorie involontarie, uno storico ci mostrerebbe che la memoria si deposita in certi luoghi o si ""esteriorizza"" grazie a certi strumenti, come la scrittura, o i monumenti.

Di memorie non ce n’è una soltanto. La memoria è un insieme di facoltà, di funzioni, di strumenti.

Naturalmente, fra tutti questi significati della stessa parola vi è un’aria di famiglia: in tutti i casi, si allude alla possibilità che il passato si prolunghi entro il presente, o che il presente protenda all’indietro una delle sue braccia a rendere attuale, significativo o operante il passato. Una possibilità che comunque non va esente da selezioni : l’oblio è l’altra faccia della memoria. Necessari entrambi alla vita, perché senza memoria il presente diventerebbe così leggero da volare via nell’incoscienza, ma, senza oblio, sprofonderebbe sotto un peso impossibile a sostenersi.

Ci sono comunque molti tipi di ricordi. Fra questi, ricordi che è bello e facile riportare alla mente; altri che è duro, o difficile, o scomodo farlo. Il ricordo dei campi di concentramento che costellarono i paesi europei durante l’ultimo conflitto mondiale, il ricordo di Auschwitz, della Shoah e di altre catastrofi, fa parte dell’ultimo tipo: memorie di eventi traumatici, legate a conflitti che non sono ancora sopiti.

 Conservare socialmente questi ricordi, tramandarli, farli transitare da una generazione all’altra, è difficile. Indubbiamente anche i gruppi, anche le società ricordano, ma, come gli individui, ricordano selettivamente. E, quanto a questo tipo di ricordi, non è possibile contare sul desiderio spontaneo di tutti di conservarli. Sono ricordi duri: anche a chi abbia poco o nulla nel proprio personale passato che faccia eco a esperienze come quelle di un rastrellamento, di un lager, di un treno piombato, pensarci e pensare che qualcuno ha vissuto tutto questo crea angoscia. Personalmente, non riesco mai a leggere e tanto a meno a scrivere di cose del genere senza ritrovarle nei sogni, la notte successiva. E non posso dire di amarlo. Eppure, è necessario conservare, o addirittura suscitare, questi ricordi anche in chi non li possiede per esperienza diretta: la costituzione di una "tradizione negativa", una tradizione che riguardi il sapere di ciò che non vogliamo, per quanto scomoda, è necessaria per proteggere il nostro futuro.

A questo riguardo, non si può contare sull’efficacia pedagogica del moralismo. Ciò che ha a che fare con l’etica, non si lascia insegnare con il dito alzato: diventa stucchevole, suscita reazioni di fastidio, e si rovescia fatalmente nel suo contrario. Con certe memorie, le più˘ necessarie ma anche le più terribili, Ë facile cadere nell’esagerazione per buona volontà: "eccessi" di memoria che finiscono per svuotarsi di senso.

 Per questo ho pensato al monologo che qui è presentato. Non si tratta neppure di una lezione: se mai, il tentativo di far venire voglia di ascoltare lezioni su questi temi. Se lo si leggesse in una classe scolastica, forse potrebbe far venir voglia ai ragazzi di scoprire da dove vengono le storie che vi si raccontano, di verificare le informazioni che vi sono accennate, di valutare i pensieri che vi sono espressi. Perché gli Ebrei? Qual è la loro storia? Come e quando furono emanate le leggi che permisero, pochi decenni fa, la loro esclusione dai diritti di cittadinanza e la loro persecuzione? E la memoria: cos’è esattamente, come funziona? E’ diversa dalla storia? In che senso? Cos’altro oggi è opportuno ricordare, perché la convivenza civile rimanga possibile?

Un tentativo, dunque. o un esercizio. Altri potrebbero farlo meglio, e spero lo facciano (c’è chi lo ha già fatto). Tale è il senso di questo monologo: un invito a che ciascuno di noi cerchi i modi più personali e quelli più efficaci per affrontare con se stesso, con altri e, se è insegnante, con i propri allievi i temi presso cui la giornata del 27 gennaio ci chiama a sostare.

Paolo Jedlowski